UN PO’ DI TEORIA..LA “GRAMMATICA” DELLA MUSICA..

COSA C’E’ DA SAPERE SU QUESTO MERAVIGLIOSO E COMPLESSO LINGUAGGIO..

La musica è arte e scienza allo stesso tempo. Perciò allo stesso tempo, deve essere colta emozionalmente e compresa intellettualmente. L’amatore che si diletta ascoltando la musica senza capirne il linguaggio è come il turista che passa le vacanze all’estero senza capire neppure una parola. Egli sente, ma non è in grado di comprendere.

Una persona che non sa leggere né scrivere in una certa lingua potrebbe essere in grado di parlarla oppure no. Potrebbe conoscerla e parlarla, ovviamente con un lessico limitato, non avendo accesso alla cultura scritta (ai libri) o essere in grado solo di comprenderla sommariamente, ma non di parlarla, come avviene (avveniva) nel nostro paese a chi conosce solo un dialetto.
Allo stesso modo in musica chi non conosce la notazione musicale potrebbe essere in grado comunque di suonarla, andando a memoria o “a orecchio”, o non avere nessuna capacità di suonarla, ma essere comunque in grado di ascoltarla e di apprezzarla (che è il caso della maggioranza delle persone).

Il codice che descrive una lingua parlata si compone di diversi elementi, ad ognuno di noi noti. C’è l’alfabeto, un insieme di simboli che descrivono i fonemi, combinando questi simboli si compongono le parole, poi la grammatica che detta le regole per scrivere le parole, la sintassi, che si occupa dei modi con cui le parole possono essere collegate tra loro per comporre una frase, lo stile che cerca di codificare i modi, sempre in evoluzione, con i quali scegliere le parole e comporre le frasi in modo coerente con i sentimenti e le suggestioni che vogliono esprimere.
E infine l’elemento più importante, il significato di quelle composizioni di lettere o fonemi che chiamiamo parole. Un significato che, come sappiamo, è diverso per ognuna delle cento e più lingue parlate dagli esseri umani che abitano questa terra,
Il codice della musica si compone di elementi simili. La notazione musicale è un sistema di segni, che descrive gli elementi fondamentali del suono che abbiamo ricordato prima. Consente di descrivere non tutti i possibili suoni, ma una gran parte di essi, proprio come le lettere dell’alfabeto per i fonemi.
Per arrivare ad avere un codice che descrive la musica serve quindi un altro elemento fondamentale: una lingua. Nella musica le lingue sono molte meno di cento, ed esiste anche una lingua universale, compresa ormai da tutti i popoli del mondo, anche se non è l’unica lingua esistente.
Una lingua chiamata sistema tonale o temperamento equabile, con la quale è stata scritta la cosiddetta musica classica, ma che può essere usata, con opportune estensioni ed aggiustamenti (proprio come una lingua naturale alla quale sono aggiunte parole di altre lingue, come computer o flash per la nostra lingua italiana) per descrivere anche le musiche del nostro tempo

IL SUONO: MATERIALE DELLA MUSICA

Gli elementi essenziali della musica sono gli stessi che caratterizzano i suoni che il nostro sistema uditivo può percepire, e sono in parte comuni con quelli delle lingue parlate. Di base ci sono la frequenza del suono, la sua durata alla stessa frequenza, la durata delle pause tra un suono e l’altro, la composizione dei suoni e delle pause e la loro alternanza, la somma di più suoni per avere un suono composto, la variazione di volume del suono.

Il suono è prodotto da un solo tipo di moto: il moto o vibrazione originato da un corpo vibrante che provochi onde di compressione-rarefazione giungenti al nostro orecchio attraverso l’aria. La velocità a cui il suono percorre lo spazio dal corpo vibrante al nostro orecchio è di circa 335 metri al secondo, velocità che cambia secondo le condizioni dell’atmosfera.
Se la vibrazione è regolare, il suono che ne risulta è musicale e costituisce una nota di altezza determinata; se è irregolare, il risultato è il rumore. Ogni suono ha tre proprietà caratteristiche: altezza, intensità, timbro.
La percezione dell’altezza di un suono consiste nella capacità di distinguere fra suoni musicali alti e bassi. Un suono è più o meno alto secondo la frequenza del corpo che vibra. Maggiore è la frequenza, più alto è il suono.
L’intensità di una nota dipende dall’ampiezza della vibrazione. Una più o meno ampia vibrazione produce suoni più forti o più deboli. Il timbro definisce la differenza di colore musicale tra una nota suonata da strumenti differenti o cantata da voci diverse.

ALTEZZA CONVENZIONALE. Quando andiamo in una sala da concerto, prima che il concerto inizi, i musicisti accordano i loro strumenti su una nota suonata dall’oboe principale. Essi hanno intonato i loro strumenti su una nota che ha 440 vibrazioni al secondo.
Una buona intonazione (suonare in tono, regolando l’altezza delle note), ha importanza per il musicista. Due note che hanno la stessa frequenza, per esempio 440, hanno la stessa altezza e costituiscono un unisono. Ma se una di queste risulta fuori tono, la prima nota produrrà onde più corte della seconda, e queste onde si scontreranno. E’ interessante notare che dopo un certo numero di battiti (circa 30 al secondo), l’effetto di disturbo tende a diminuire.
Uno dei fenomeni acustici più usati per rinforzare il suono degli strumenti è la risonanza. Quando due sorgenti di vibrazioni sono in condizione di vibrare con eguale periodo e una è messa in vibrazione, quella non sollecitata direttamente riceverà la vibrazione simpateticamente all’altra. Nel violino, ad esempio, sono le varie parti della cassa le reali produttrici del suono.
Un altro fattore che determina in buona misura il timbro sonoro di strumenti e voci è quello che fa giudicare un auditorium buono o cattivo. L’acustica degli auditorium si misura in base al periodo di riverberazione, ossia al tempo che impiega una nota a svanire. L’acustica di una sala si può modificare applicando o togliendo gli assorbenti di suono, come schermi e tappezzerie.

LA NOTAZIONE MUSICALE

La musica, come ogni linguaggio, fu coltivata come trasmissione orale da una generazione all’altra, prima che un metodo di scrittura fosse inventato. Ma in civiltà sviluppate il desiderio di avere testimonianza scritta di leggi fece nascere il problema di come scrivere la musica.
Le origini della notazione musicale europea si trovano nei simboli abbreviati usati per la recitazione orale greca e orientale (notazione ecfonetica). Dal V al VII secolo d. C. fu sviluppato da questi segni un sistema che indicava il movimento melodico; i suoi simboli furono conosciuti come neumi.
Poi apparve il rigo. Guido D’Arezzo consigliò l’uso di tre e quattro linee. Quest’ultimo sistema, il tetragramma, fu adottato e conservato come rigo tradizionale per la notazione del canto gregoriano ed è ancora in uso. Dal secolo XIII le importanti innovazioni nel campo della melodia, dell’armonia e della ritmica indussero ad ampliare il campo della teoria musicale.

La prima scelta che è stata fatta è quella di usare 7 note (con nomi identificativi) per descrivere le frequenze o altezze (il termine usato in musica) dei suoni. Come si è visto dovrebbero essere 88 o più. Non sarebbe molto agevole ricordarle tutte, ma non impossibile. Con quest’altro sistema invece bisogna ricordare solo DO-RE-MI-FA-SOL-LA-SI (ma anche SI-LA-SOL-FA-MI-RE-DO, discendente). Ma bisogna anche individuare quale DO nella tastiera dobbiamo suonare, perché ce ne sono 8 nella tastiera di un pianoforte. Corrispondente ciascuno all’inizio di un intervallo di note (o di frequenze) chiamato ottava, completato il quale le note si ripresentano con gli stessi nomi e le stesse relazioni tra loro. Quindi un sistema relativo, non assoluto.

Nei paesi anglosassoni hanno un sistema diverso  per la musica, ed usano le lettere A-B-C-D-E-F-G per le sette note.

Per scrivere le note si usa il pentagramma. Che, come dice il nome, è composto da cinque righe.

Notazione dell’altezza. L’altezza dei suoni è indicata dalla serie di sette sillabe Do Re Mi Fa Sol La Si, serie conclusa nuovamente da Do in modo da produrre un intervallo da Do a Do di otto note, l’ottava. Se suoniamo contemporaneamente due Do a distanza di ottava sul pianoforte, avremo la conferma di una relazione tra loro: essi producono gli stessi suoni, ma ad altezze differenti.

La maggior parte delle tastiere di pianoforti sono divise in sette ottave: partendo dalla più bassa tali ottave prendono i nomi di contra (do ), grande (do , ecc.), piccola, una linea, due linee, eccetera.
Il metodo di orientamento più chiaro per stabilire l’altezza di una nota è l’uso di un gruppo di cinque linee orizzontali, il rigo. Sia le linee, sia gli spazi compresi tra le linee stesse sono usati per fissare le posizioni delle note, ma è evidente che due gruppi di cinque linee e quattro spazi non sono sufficienti per tutte le note. Per superare questa difficoltà, quando è necessario vengono aggiunte alle linee principali delle brevi linee supplementari.
Per procedere attraverso la mappa musicale è necessario avere un punto di riferimento per orientarsi: in termini musicali, conoscere quali sono le altezze esatte relative ai nomi delle note. Questo compito è assolto dalle chiavi: la chiave di Sol, la chiave di Fa e la chiave di Do. Una volta stabilita una chiave, ogni linea e ogni spazio determinano una nota (e quindi un’altezza) definita.
Il problema di situare le note comprese fra le ottave basse fu risolto utilizzando la chiave di Fa. Il punto di partenza del suo simbolo, oppure i due punti (sopra e sotto la quarta linea) indicano che nella chiave di Fa la quarta linea del rigo è il posto del Fa. La ricomparsa del Do sulla prima linea supplementare mostra come queste linee si congiungano senza soluzione di continuità.
Spesso nella musica per violino o altri strumenti, è necessario scrivere note molto alte o basse. Ciò implica l’uso di molte linee supplementari, tale difficoltà è risolta scrivendo le note all’ottava più bassa, aggiungendo il segno 8va, sopra o sotto le note stesse che verranno eseguite. Scrivendo per pianoforte o altri strumenti, la simultaneità è posta in rilievo da una graffa.

ottave-piano

Come si vede nella figura, con le due chiavi di basso e di violino di cui abbiamo parlato e con i tagli addizionali si coprono le ottave da DO (la prima ottava, che inizia dal terzo tasto a sinistra di una tastiera di pianoforte completa, a 88 tasti) a DO6. Per il DO7 occorre usare un altro sistema, e indicare manualmente sopra alla nota “8 va”. Ma si tratta dell’ultima nota della tastiera, non dell’inizio di una ottava.

Due chiavi di Do sono ancora frequentemente usate nella musica vocale e strumentale: chiave di contralto e chiave di tenore. Il centro della chiave di contralto è sulla terza linea, il centro della chiave di tenore è sulla quarta linea. Con tali chiavi si evita l’uso di troppe linee supplementari.

IL LA E IL DIAPASON. Dammi il LA, dicono ogni tanto i musicisti al pianista. E LA è la prima nota nella notazione anglosassone (A). Ha una qualche ragione questa preferenza per quella che da noi latini è semplicemente la VI nota? Nessuna, è solo che si usa per prassi il LA successivo al DO3, la quarta ottava o DO centrale, presente quindi nella maggioranza degli strumenti, una nota che ha una frequenza di 440Hz, come elemento di riferimento per accordare tra loro gli strumenti. Un pianoforte mantiene molto bene l’accordatura (ancor di più un piano elettrico, ovviamente) e quindi può emettere la nota a frequenza precisa e costante. Gli strumenti a corda invece devono essere frequentemente accordati per ripristinare la corretta tensione delle corde, e la operazione è più semplice potendo ascoltare la nota pura di riferimento. Per essere ancora più precisi esiste un apposito strumento che può emettere una sola nota, appunto il LA centrale, ed è il famoso diapason, simbolo anche della Yamaha (casa anzitutto di strumenti musicali, poi di moto e altro), che può essere usato per allineare il suono (accordare è il termine, anche per gli strumenti non a corda).

LEGGERE LE NOTE

Le note chiave possono essere:

  • le chiavi (FA per il basso e SOL per il violino)
  • il DO (la prima nota e quindi la più mnemonica)
  • il SI (l’ultima nota e quindi mnemonica anch’essa)
  • le note “appoggiate” sul pentagramma dalla parte della chiave (dalla parte opposta è sempre la chiave): RE e SI

Leggere le note vuol dire individuare la nota successiva prima che passi il tempo (la durata) della nota precedente.
Una pratica piuttosto noiosa, purtroppo, ma indispensabile per imparare, che si chiama solfeggio.

LA DURATA DEI SUONI

La musica si svolge nel tempo, e i musicisti devono organizzarla non solo in termini di altezza, ma anche di durata. Per rappresentare un suono usiamo un piccolo segno, la nota, e può essere di colore bianco o nero. La sua funzione è duplice: essa serve sia come indicatrice di altezza, ma anche come segno di durata di un suono.

  • la semibreve, il valore base (e la breve c’era, ma è caduta in disuso)
  • la minima, che dura la metà di una semibreve 
  • la semiminima, che dura la metà di una minima ed un quarto della semibreve
  • la croma, che dura la metà di una semiminima
  • e così via con la semicroma, la biscroma e la semibiscroma, che dura un 64esimo di una semibreve

In totale sono 7 possibili valori (come le note, ma un tempo se ne usavano altri 2, uno sopra la semibreve (la breve accennata prima) e uno sotto la semibiscroma, e quindi erano 9, come le note che si possono scrivere nel pentagramma). Nella figura che segue sono indicati i diversi simboli usati per indicare le note dalla semibreve alla semibiscroma, per una nota singola; nelle composizioni più semplici e comuni sono usate comunque quasi solo la minima, la semiminima e la croma, più raramente la semibreve e la semicroma.

Per ampliare la possibilità di descrizione delle durate esiste poi una ulteriore rappresentazione, un semplice punto che si aggiunge ad un valore per estenderlo della sua metà. In altre parole una minima più un punto dura come una minima + una semiminima, ovvero ¾ di una semibreve, e così via per avere molte altre combinazioni.

La nota più lunga è la semibreve: essa è divisibile in 2 minime, 4 semiminime, 8 crome, 16 semicrome, 32 biscrome e 64 semibiscrome. Convenzionalmente l’altezza di una nota si scrive rivolta verso l’alto quando la nota si trova dalla terza linea in giù, altrimenti è rivolta verso il basso.
Tuttavia se più note di breve durata sono raggruppate insieme, le aste andranno unite una all’altra senza badare se alcune delle note sono sopra o sotto le linee centrali. #

Punti, legature, corone e pause

Il prolungamento della durata di una nota si indica con l’uso di uno o più punti. Un punto posto dopo la testa di una nota significa un aumento di durata esattamente corrispondente alla metà del valore della nota stessa. Nel caso di due punti, il secondo punto aggiunge la metà del valore del primo. In tal modo una minima seguita da due punti avrà la durata di una minima più una semiminima più una croma.

Una legatura serve ad unire due note di altezza uguale; il suono della prima nota verrà prolungato secondo la durata espressa dalla nota unita. Viene utilizzata per maggiore chiarezza. Il punto coronato (corona), spesso alla fine della composizione, indica che la durata della nota dev’essere prolungata per il doppio della durata, ma anche di più o meno secondo il gusto dell’esecutore.

In musica, i silenzi sono indicati da un segno chiamato pausa. Il principio delle pause è semplice: ogni tipo di nota ha la propria pausa corrispondente di identico valore di durata.

IL RITMO

 In musica, il ritmo è la regolare pulsazione o battito, si presenta in gruppi binari o ternari. Il primo battito di ogni gruppo è accentuato; l’unità di misura compresa fra due battiti successivi accentuati è chiamata battuta. Per far risaltare questa unità nello scrivere la musica, si utilizzano le stanghette, delle linee verticali tracciate attraverso il rigo. Alla fine del pezzo musicale si utilizzano le doppie stanghette.

Se i battiti sono raggruppati a due a due, con un battito forte alternato a uno debole, abbiamo battute a due battiti. Ciò è indicato da una cifra scritta dopo la chiave, fra la quinta e la terza linea del rigo. Per indicare invece quale tipo di nota deve servire come unità di misura della battuta, si scrive una seconda cifra sotto la prima.
Quando i battiti sono raggruppati a tre, cioè un battito forte seguito da due più deboli entro una battuta, abbiamo una misura a tre tempi. La misura a quattro tempi può essere definita come una misura a due tempi raddoppiata. In una misura a quattro tempi vi sono due gruppi di due battiti, con un accento secondario sul terzo battito.
Si trova spesso il segno C al posto del 4/4, detto anche tempo comune. Se la battuta di apertura di un pezzo è incompleta, l’ultima battuta dovrà supplire il valore di durata mancante in modo da completare simmetricamente il tutto.
Se il numeratore di una frazione indicante una misura semplice viene moltiplicato per tre, si ottiene una misura composta. Ciò significa che ogni metà di battuta viene divisa in due parti uguali. Si ha una misura irregolare quando i battiti all’interno di una battuta sono cinque o sette. Ciò è ottenibile combinando assieme misure a due o tre tempi. Le più comuni sono: 5/4, 5/8, 7/4, 7/8.
Come nella poesia, è importante giocare sulle variazioni di posizione degli accenti tonici. L’uso delle misure irregolari è uno dei modi per introdurre varietà. Altro accorgimento è la sincope, lo spostamento voluto dell’accento principale, che genera un effetto di tensione e eccitamento.
I quattro modi più comuni per dare origine a una sincope sono: accentuazione dei battiti deboli, uso di pause o legature al posto di battiti forti, introduzione di un cambio improvviso e di misura del tempo e quindi di battito.
All’interno di battiti regolari accade spesso che vi siano aggruppamenti irregolari di note. I nomi dei gruppi più frequentemente usati sono: duina, terzina, quartina, quintina, sestina, eptina; sono indicati da un numero e spesso è aggiunto un archetto per maggiore chiarezza. Per suonare o cantare questi gruppi è opportuno dividerli esattamente in proporzione al battito fondamentale.
In musica, l’ornamento è utilizzato a scopo decorativo al corpo principale dell’opera. La sua apparizione più spontanea si trova tra il popolo di ogni nazione, che spesso ama ornare il suo canto con l’aggiunta di note estranee conosciute col nome di melismi. Gli ornamenti musicali di impiego più comune sono l’appoggiatura, l’acciaccatura, il mordente, il gruppetto e il trillo. #
Il ritmo e il tempo assieme uniti sono la vita, il carattere della musica; si può dire che la loro unione determina l’umore di ogni composizione. Tempo è una parola usata per comprendere tutte le variazioni di velocità. Le più comuni sono: grave, lento, moderato, allegretto, vivace, ecc. Dall’epoca di Beethoven, molti compositori hanno fatto ricorso al metronomo, uno strumento meccanico pendolare che misura il numero dei battiti al minuto.

INDICAZIONI DINAMICHE DELLA MUSICA

Se premiamo la tastiera di un pianoforte, produciamo suoni che saranno più o meno forti secondo il vigore che usiamo. L’ambito fra suoni deboli e forti è suddiviso in vari gradi di volume, indicati dai segni dinamici: più che fortissimo, fortissimo, forte, mezzo forte, mezzo piano, piano, pianissimo, più che pianissimo. Questi segni vengono di solito scritti sotto il rigo.

Vi sono molti altri segni usati per indicare effetti particolari.:
– sforzando o sforzato
– staccato, cioè suono breve, come pizzicato
– indica staccatissimo
– indica suono tenuto.
L’archetto lega da sopra o da sotto due o più note e indica che esse vanno eseguite come un tutto unico, con levigatezza.

TONI E SEMITONI

La tastiera del pianoforte ha due tipi di tasti, neri e bianchi. Gli intervalli più grandi sono chiamati toni interi (o semplicemente toni), quelli più piccoli semitoni. I segni usati per indicare che una nota deve essere innalzata o abbassata di un semitono sono chiamati diesis (#) e bemolle (b).

Talvolta è necessario innalzare o abbassare una nota non di uno ma di due semitoni. In tal caso vengono applicati i segni chiamati doppio diesis (## o ) e doppio bemolle (bb). Per riportare una nota diesizzata o bemolizzata alla sua altezza d’origine, si fa uso del bequadro.

Elenchiamo i 12 semitoni, usando solo l’alterazione diesis. I tasti neri sono quelli indicati in grassetto:

  1. DO
  2. DO diesis
  3. RE
  4. RE diesis
  5. MI
  6. FA
  7. FA diesis
  8. SOL
  9. SOL diesis
  10. LA
  11. LA diesis
  12. SI

Usando invece il bemolle i tasti si chiameranno:

  1. DO
  2. RE bemolle
  3. RE
  4. MI bemolle
  5. MI
  6. FA
  7. SOL bemolle
  8. SOL
  9. LA bemolle
  10. LA
  11. SI bemolle
  12. SI

SCALA MUSICALE

Una scala è una serie di note, ordinate in progressione verso l’alto o il basso, con inizio da una nota qualsiasi fino a raggiungere la relativa ottava. La scala basilare del sistema musicale europeo è la scala diatonica, formata di toni e semitoni all’interno di un intervallo di ottava. L’origine del sistema europeo di scale risale ai Greci, che diedero alle scale nomi diversi secondo le diverse popolazioni. Tali scale erano consistenti in una serie di toni e di semitoni in ordine discendente.

Se suoniamo tutti i tasti bianchi di un pianoforte compresi da do  a do , otteniamo una scala maggiore, chiamata maggiore per il suo susseguirsi di toni e semitoni. Ciò che la determina è il caratteristico intervallo fra il primo e il terzo grado della scala, chiamato terza maggiore.

Ciascun grado, o nota, di una scala è indicato da un numero romano. La prima nota è chiamata tonica, è la nota più importante della scala e definisce la tonalità. Segue, per importanza, la dominante a causa della sua posizione centrale. La sottodominante è il quarto grado della scala. La sensibile è il settimo grado della scala ed ha la funzione di guidare la tonica, che si trova un semitono sopra di essa. Restano sopratonica (II), mediante (III) e sopradominante (VI).

Costruiamo una scala maggiore da Sol. L’intervallo tra Mi e Fa è di un semitono; dobbiamo alterare l’altezza della nota di un semitono: Fa diventa Fa# e così la scala può essere completata.

Paragonando le due scale di Do e Sol, vediamo che esse differiscono nell’altezza: la scala di Sol maggiore parte infatti una quinta sopra quella di Do maggiore. Inoltre, la sola nota non comune ad entrambe è il Fa. Dalla dominante di ogni scala può essere costruita, infatti, una nuova scala alla quale occorre solo una nota alterata in più nei confronti della precedente. Tale nota è la sensibile della nuova scala. Analogamente, da ogni sottodominante di una scala può essere ricavata una nuova scala bemolizzando la sensibile della scala precedente.

In teoria, è possibile costruire ulteriori scale sia procedendo da una dominante all’altra, sia procedendo da una sottodominante all’altra. Dopo aver raggiunto dodici diesis e dodici bemolli, le due serie di scale che erano partite da Do si incontrato di nuovo enarmonicamente in Do, in modo da produrre un circolo completo, il cosiddetto circolo delle quinte.

Do con un diesis è Do diesis, Re con un bemolle è Re bemolle: sul pianoforte queste due note sono rappresentate dallo stesso tasto nero, e per ciò diciamo che sono enarmonicamente equivalenti. Una nota enarmonica è come una parola con due pronunce ma con un solo significato.

Nello schema qui sotto si parte dalla scala di DO, che non ha nessuna alterazione, per proseguire con la scala di SOL con una alterazione, per arrivare alla scala di DO# Maggiore, con 7 diesis. Le alterazioni sono evidenziate in grassetto sottolineato e la I, III e IV nota di ogni scala sono evidenziate con un contorno più spesso.

Osservando la musica descritta con questo schema si possono notare diverse cose interessanti. La prima è che la prima nota della scala, la tonica, che poi è l’elemento che da’ il nome al sistema tonale, è sempre alla distanza di una quinta dalla scala precedente. Osserviamo poi che in ogni scala viene aggiunta una alterazione su una nota (un diesis) e che ogni alterazione viene portata alla scala successiva. La sequenza delle note alterate, che saranno indicate in chiave, nell'”armatura”  è FA-DO-SOL-RE-LA-MI-SI.

Su questo schema abbiamo indicato le prime tre scale maggiori, per ciascuna di esse è indicato con 1 il semitono da suonare, e con 0 quello da saltare. I semitoni da suonare sono, ovviamente, sempre 7+1 (con la ripetizione della tonica) e quindi quelli da saltare sono sempre 5. Si nota quindi subito che la sequenza di semitoni da suonare è sempre la medesima per tutte le scale, e cioè 1 0 1 0 1 1 0 1 0 1 0 1 1.
Un altro modo di esprimere la stessa ripetizione del medesimo schema è quello più comune nei testi di teoria musicale (ma meno immediato da riportare in una tabella) consistente nell’ordine delle note in una scala, indicato in numeri romani nello stesso grafico.
Come si vede nelle scale maggiori tutte le note sono separate dalla successiva da un tono, tranne la III e la VII che sono separate dalla IV e dalla VIII da un semitono.
A questo punto si sarà capito che tutte le scale in maggiore devono rispettare questo stesso ordinamento per suonare “armoniche” al nostro udito, e che quindi, quando non è presente nel posto giusto della sequenza una nota naturale, sarà necessario suonare una nota alterata. Nella scala di DO non succede mai, in quella di SOL una volta (sul FA), in quella di RE due volte (sul FA e sul DO) e così via sino alla scala in DO# dove tutte le note devono essere alterate, ovvero dove si suonano solo i diesis.
Suonando (magari con qualche acrobazia) queste scale su una tastiera (o chiedendo a qualcuno di farlo) si potrà facilmente verificare che rispettando questa sequenza si percepisce sempre un crescendo “armonico” del suono, mentre modificando una nota si percepisce una “disarmonia”.

Un’altra cosa che si può ricavare dal primo schema sono gli accordi fondamentali. Per ogni scala il sistema tonale consente di definire anche un accordo fondamentale basato sulla prima nota della scala (la tonica già citata). L’accordo fondamentale (che come si accennava in precedenza, non è altro che la somma di tre note suonate assieme) è composto sempre dalla I, III e V nota della scala, e gli accordi fondamentali per ogni scala sono quelli indicati con il bordo più spesso nel primo schema.

Le scale minori si differenziano per il posizionamento delle note separate da un semitono anziché da un tono. In questo caso si trovano tra la II e la III e tra la V e VI nota (scale minori naturali). Esistono però anche due varianti: le scale minori armoniche e le scale minori melodiche. Per tutte però rimane fermo il primo intervallo a distanza di un semitono tra la II e III nota della scala.
Un altro modo, più mnemonico, di indicare la differenza tra le scale maggiori e le scale minori è la distanza tra la I nota della scala e la III, che è di 2 toni nelle scale maggiori, e di un tono più un semitono nelle scale minori.
Utilizzando il nostro schema “binario” le scale minori naturali sono caratterizzate dalla sequenza
1 0 1 1 0 1 0 1 1 0 1 0 1.

TONALITA’

Dalle scale si arriva all’elemento fondante del sistema tonale, che è la tonalità. Ognuna delle sette note nella scala ha un suo ruolo e compito diverso, e in ogni scala questo ruolo è interpretato da una nota diversa, anche se in questo caso invece che di note, si parla di grado della scala musicale (ma è la stessa cosa).
Al grado I, come abbiamo visto, c’è la tonica, che da’ il nome al tipo di scala (in DO maggiore, in SOL maggiore e così via). Una composizione che utilizza come base quel tipo di scala sarà quindi in quella tonalità, come la Sinfonia n. 5 di Beethoven citata in precedenza, che è basata su una scala in DO minore, ed è quindi chiamata 5° Sinfonia in Do Minore. La nota caratterizzante la “sensazione” che la scala trasmette è la V, la dominante, ma caratterizzano la scala anche le altre note o gradi della scala, ognuna con ruolo diverso, dalla sopratonica alla sottodominante, elencate nel seguito assieme al loro “carattere”, come tradizionalmente descritto:
 
  1. Tonica: da’ il nome alla tonalità, trasmette una sensazione di equilibrio, di staticità
  2. Sopratonica: all’opposto, trasmette una sensazione di perdita di equilibrio
  3. Caratteristica (o Mediante o Modale): determina se il modo è maggiore o minore (se è a una distanza di 2 toni o 1 tono ed mezzo, vedi schema precedente), ed è mediana nell’accordo tonale; fa tornare ad una sensazione di stabilità
  4. Sottodominante: il grado da cui possono essere generate le modulazioni (varianti alle scale principali)
  5. Dominante: completa l’accordo tonale (I-III-V); è definita dominante nel senso che richiama la tonica, per completare l’equilibrio soggettivo, ovvero “domina” la tonica
  6. Sopradominante: altro grado, come la sottodominante, di sospensione e di avvio per modulazioni
  7. Sensibile: ha una tendenza risolutiva sulla tonica successiva, “sensibile” perché instabile, anche perché prossima ad essa (è sempre a distanza di mezzo tono)
  8. Tonica. Primo grado dell’ottava superiore

La parola tono può essere usata in due significati: in un primo per definire l’entità di un intervallo; in un secondo per indicare la nota che definisce la tonalità di una scala o di un pezzo; il tono ci dice quale è la nota tonica del pezzo in questione attorno alla quale tutte le altre gravitano. Se diciamo che un pezzo è in Do maggiore, intendiamo che Do è il centro tonale del pezzo.

Al fine di indicare in quale tono è scritta una composizione, la soluzione più semplice è quella di segnare i necessari accidenti (diesis e bemolle) una volta per tutte nell’armatura della chiave, fra il simbolo della chiave e l’indicazione del tempo.

La fisionomia di una scala minore è data dall’intervallo fra la tonica e la mediante, intervallo che questa volta è però di un tono più un semitono, ad esempio La Si Do, e si chiama terza minore. L’intervallo fra il settimo e l’ottavo grado di questa scala è di un tono intero, ma la sensibile dovrebbe di norma trovarsi un semitono sotto la tonica e per rendere il VII grado sensibile è necessario innalzarlo di un semitono. Così, otteniamo il modello della scala minore armonica.

Ciascuna scala maggiore ha una scala minore che le fa da partner; tale scala è costruita sulla sopradominante (VI grado) della scala maggiore, che diventa la tonica della scala minore relativa.
Questa relazione maggiore-minore mostra che la legge data in rapporto alle scale maggiori si applica anche alle scale minori. L’unica differenza, nel circolo delle quinte, è che la nota di partenza è La, cioè il relativo minore della scala di Do maggiore.

Melodicamente, il salto di un tono e mezzo fra il VI e il VII grado della scala minore armonica pare inelegante. Ma se il sesto grado di una scala minore viene anch’esso diesizzato, la progressione melodica risulta appianata. Questo tipo di scala minore è chiamata scala minore melodica.

INTERVALLI MUSICALI

L’intervallo è la differenza in altezza tra due note. La tonica e il suo duplicato formano il primo pseudo-intervallo, detto unisono. L’intervallo fra i gradi I e II è una seconda; fra I e III una terza, fra I e IV una quarta e così via di seguito.

Ma una terza può essere maggiore o minore, secondo la disposizione dei toni e dei semitoni che la compongono. Ciò dimostra che oltre alla classificazione numerica di un intervallo vi sono anche classificazioni qualitative. Queste distinguono gli intervalli in cinque categorie: giusti, maggiori, minori, eccedenti e diminuiti.

Intervalli giusti sono l’unisono, la quarta, la quinta e l’ottava. I rimanenti intervalli, la seconda, la terza, la sesta e la settima sono intervalli maggiori. Se un intervallo maggiore è abbassato di un semitono si ottiene un intervallo minore: Do-Mi è una terza maggiore, Do-Mib è una terza minore.

Parleremo di eccedenza quando un intervallo giusto o maggiore è innalzato di un semitono. Per contro, qualsiasi intervallo giusto o minore abbassato di un semitono è detto diminuito. L’intervallo di quarta eccedente è chiamato tritono, perché formato di tre toni interi. Nel medioevo esso veniva soprannominato diabolus in musica, a causa di un che di sinistro racchiuso nella sua sonorità.

Quando vengono usati intervalli superiori a un’ottava, i loro nomi seguono la logica progressione numerica. Così il primo intervallo dopo l’ottava è la nona, che corrisponde a un’ottava più una seconda. Questi intervalli superiori all’ottava sono di solito chiamati intervalli composti.

Un intervallo e la sua inversione si completano in un’ottava: una quarta rovesciata diviene una quinta, e viceversa una quinta rovesciata diviene una quarta, e una quinta e una quarta danno per risultato un’ottava. Oppure, l’unisono rovesciato diventa ottava, l’ottava diventa unisono.

ARMONIA E CONTRAPPUNTO

I tre elementi fondamentali della musica sono il ritmo, la melodia e l’armonia. In senso fisico la melodia è una successione di suoni, anche una scala può essere definita una melodia. Ma la melodia è naturalmente molto di più, il soffio che dà vita e coerenza ad una successione di suoni. E’ la qualità di tensione interna fra le note della scala che fa una melodia.

E’ possibile fare una distinzione di carattere generale fra tre tipi di melodie:

  • Il primo è caratterizzato da un progredire per gradi congiunti.
  • Il secondo tipo presenta salti più ampi, in genere di terza, quarta e quinta.
  • Il terzo può essere definito come una combinazione dei primi due tipi.

Infine, nella melodia, tensione e rilassamento devono succedersi nella giusta proporzione.

L’armonia è la combinazione simultanea di uno o più suoni e, al contrario della melodia che si costruisce orizzontalmente, ha struttura verticale. Due o più note che risuonano simultaneamente costituiscono un accordo. Sopra una nota considerata fondamentale sono altre note, chiamate armonici, che risuonano contemporaneamente ad essa.

La grande scoperta fu nel rendere possibile il canto simultaneo anche ad intervalli diversi dall’ottava. La tecnica di raddoppiare una melodia ad una quarta o ad una quinta fu detta organum.

Verso la metà del XV secolo, la terza fu accettata nella prassi musicale, e combinata con la quinta in modo da formare una triade. La triade è la combinazione simultanea di tre suoni: essa ha origine da qualsiasi nota sopra cui si aggiungono rispettivamente la terza e la quinta. La nota di base su cui è costruita una triade, si chiama fondamentale. Essa è l’elemento fondamentale dell’armonia occidentale, e della teoria musicale dal XV secolo fino a Schoenberg.

Le triadi si distinguono in maggiori o minori (quando la terza sopra la fondamentale è maggiore o minore), eccedenti o diminuite (quando l’intervallo tra la fondamentale e la quinta è eccedente o diminuito). Esistono due tipi di relazione tra le triadi: una dovuta dall’avere in comune la terza o la quinta, una che si ha quando le triadi sono contigue ma non hanno note in comune.

Dopo l’avvento della triade, la modalità venne abbandonata e, intorno alla fine del secolo XVII, sostituita dal nuovo sistema tonale di scale maggiori e minori. Da allora fino alla fine del secolo scorso questo gerarchico sistema musicale sembrò definitivo e immutabile. Ma non fu così.

CADENZE MUSICALI

Nella musica tonale gli accordi più importanti sono quelli costruiti sul primo, quinto e quarto grado della scala. Per questo motivo, vengono distinti con l’appellativo di triadi principali, tutti gli altri accordi vengono classificati secondari. La concatenazione degli accordi principali ha importanza in quanto determina la conclusione di una frase musicale. Tali conclusioni si chiamano cadenze.

La cadenza perfetta è il collegamento dal V al I grado e viene anche detta completa perché in musica ha la stessa funzione del punto fermo nella composizione letteraria. La cadenza plagiale è il collegamento dal IV al I grado e anch’essa è simile al punto fermo, con una diversa sfumatura.

La cadenza evitata è il collegamento dal V al VI grado in modo da generare un’impressione non conclusiva. Il suo posto non è alla fine di un pezzo, ma solo nel corso del suo sviluppo. La cadenza sospesa è il collegamento da un accordo qualsiasi a quello costruito sul V grado. Quando una cadenza termina su un tempo forte si chiama maschile, su uno debole femminile.

Un’interessante variante armonica si può ottenere concludendo un pezzo scritto in tonalità minore con un accordo maggiore al posto del dovuto minore. La terza dell’accordo, che risulta modificato, prende il nome di terza piccarda.

Le quattro formule di cadenza appena viste possono essere precedute da accordi di vario genere, ma esiste un accordo, il cosiddetto accordo cadenzante di quarta e di sesta. Esso è il secondo rivolto dell’accordo di tonica ma funziona come un accordo dominante. In altre parole, l’orecchio dell’ascoltatore non è soddisfatto finchè tale accordo non ha raggiunto l’accordo di dominante.

 LA MODULAZIONE IN MUSICA

Nell’arte, la monotonia è un peccato imperdonabile. L’accorgimento tecnico più importante per ottenere varietà è la modulazione. Modulare significa passare da una tonalità all’altra. Ad esempio, la modulazione dal Do maggiore al Sol maggiore è facilmente ottenibile considerando l’accordo di Do maggiore come accordo sottodominante di Sol maggiore. Tale modulazione in cui un accordo è comune ad entrambe le tonalità, è chiamata modulazione diatonica.

Da ciò concludiamo che la via più facile e naturale per passare da una tonalità all’altra è quella di modulare a tonalità strettamente imparentate tra loro. Altro genere di modulazione è quello che presenta un salto improvviso da un accordo in una tonalità ad un altro accordo, del tutto differente. Questo procedimento implica generalmente l’uso di un’alterazione cromatica. Ma anche in questo caso almeno una nota deve essere comune ad entrambi gli accordi.

Nel terzo genere di modulazione, le note componenti l’accordo della tonalità di partenza vengono mutate enarmonicamente in quelle di un nuovo accordo di diversa tonalità. Di qui il nome di modulazione enarmonica.

Nella composizione musicale, la progressione è la ripetizione di un piccolo frammento a diverse altezze, può essere usata senza l’intervento della modulazione, ma è più efficace se unita ad essa. Tuttavia, troppe ripetizioni di uno stesso frammento musicale generano monotonia.

IL BASSO NUMERATO IN MUSICA
Il basso continuo o numerato fu un sistema di notazione abbreviata in uso nell’epoca barocca con lo scopo di indicare l’armonia base per un accompagnamento. Il suo principio base è l’indicazione di un accordo e della sua posizione per mezzo di una nota indicante il basso fondamentale, sopra la quale è un numero che corrisponde all’intervallo richiesto sopra la nota segnata.

IL CONTRAPPUNTO

Quando una melodia viene cantata o suonata da sola, l’aspetto orizzontale è predominante. Questo tipo di musica è detto omofonica. Nel caso, ad esempio, del canto accompagnato, abbiamo una fusione delle due dimensioni in un tipo definito come monodia accompagnata. Infine, quando abbiamo la combinazione simultanea di più di una linea melodica siamo in presenza di una musica polifonica o contrappuntistica.

Tra i principi tecnici basilari della scrittura contrappuntistica, citiamo anzitutto l’interesse melodico e l’indipendenza delle singole voci, ottenuti o con l’uso di un tema riconoscibile o la sua riaffermazione a diversi voci o altezze.

Abbiamo poi l’interesse ritmico, dato una spiccata indipendenza ritmica di ogni parte, al punto che l’imitazione del tema è spesso affidata più al ritmo che alla melodia. Infine, la funzione di basso fondamentale della parte più bassa.

Il canone è la forma più rigorosa di imitazione contrappuntistica: si fonda sulla ripetizione esatta del tema base da parte della voce imitante. Mentre la voce principale tira avanti, la seconda ripete testualmente ciò che ha detto la voce principale. Il termine tecnico che distingue la voce principale è dux, mentre la seconda voce è detta comes.

Canoni perpetui, o rote, sono pezzi in cui una volta raggiunta la fine, le voci possono ricominciare le loro parti da capo (Fra Martino campanaro). L’entrata del comes può avvenire alla stessa altezza del dux, o ad altezza differente. Così, ad esempio, si parla di canone alla quinta o alla quarta, quando l’entrata del comes avviene ad una quinta o una quarta di distanza dal dux. Oggi l’uso del canone si trova spesso nelle filastrocche per bambini.

LA FUGA

La fuga è il frutto più maturo di tutta la concezione contrappuntistica. Essa si basa su un tema, o soggetto di carattere determinato, che viene affermato da solo all’inizio del brano e che riappare in diversi momenti e a diverse altezze durante il corso della composizione.

La risposta è l’imitazione del soggetto, di solito trasportando il soggetto in tonalità di dominante. Se la risposta è esatta viene detta reale, se uno o più intervalli vengono alterati, causa esigenze melodiche o armoniche, essa viene chiamata tonale. Dopo la risposta, a questo punto il soggetto non si arresta ma continua con la risposta che viene a scontrarsi con esso secondo una linea melodica che prende il nome di contro-soggetto.

Di solito, ma non sempre, le fughe sono scritte a tre o quattro parti (voci). Ciò significa che vi sono tre o quattro linee melodiche simultanee che si muovono con notevole indipendenza, ma formanti allo stesso tempo collegamenti armonici soddisfacenti. Quando si ha soggetto, risposta e poi soggetto, si dice che la fuga è a 3 parti. Quando invece abbiamo soggetto, risposta, soggetto e di nuovo risposta, parliamo di fuga a 4 parti.

Talvolta è necessario, per il buon andamento della melodia, introdurre un breve passaggio collegante tra il soggetto e la risposta o in altri punti, la codetta. Il divertimento è un passaggio contrappuntistico con funzione di rilassamento tra le varie riapparizioni del soggetto principale.

Per quanto riguarda la forma, la fuga è divisa secondo tre sezioni: esposizione, sezione centrale e finale. L’esposizione è la prima parte della fuga, nella quale il soggetto viene presentato una o più volte in ciascuna parte (o voce). Nella sezione centrale spesso si introduce poi un divertimento. In questa sezione è comune fare tacere una o più voci; questi silenzi servono a far risaltare maggiormente la nuova entrata del soggetto.

Quando il soggetto ricompare in tonica, abbiamo l’inizio della sezione finale. Il coronamento finale della fuga avviene di solito aggiungendo alla struttura principale qualche battuta in più con lo scopo di concludere l’intero pezzo in modo più convincente, tale è la funzione della coda.

Tra gli accorgimenti tecnici utilizzabili, citiamo lo stretto e il pedale. Lo stretto si ha quando l’entrata della risposta avviene prima che il soggetto sia terminato. Il pedale è invece una prolungata nota bassa sotto la quale la parte superiore continua il suo movimento.

FORME MUSICALI

Il motivo è la più piccola unità di una composizione musicale, deve consistere almeno di due note e possedere un modello ritmico riconoscibile. Di solito consta di tre, quattro o più note. E’ per mezzo del motivo e del suo sviluppo che un compositore spiega la sua idea. Ma per fare ciò, e questo vale per la musica come per il discorso comune, si devono formare frasi e periodi comprensibili. Una frase musicale è formata da uno o più motivi e la sua conclusione è generalmente indicata da una cadenza.

Il periodo è un insieme di battute la cui lunghezza comune è di 8 battute. Tuttavia, possiamo trovare casi di periodo che sembrano essere stati accorciati o allungati, con l’omissione o aggiunta di alcune battute, proprio come avviene nel discorso quando si condensa il proprio pensiero oppure lo si arricchisce con l’aggiunta di un’espressione.

FORMA BINARIA E FORMA TERNARIA

Dal periodo passiamo ora al paragrafo, al capitolo, cioè a dire, in termini musicali, a una struttura completa. La forma binaria ha una struttura semplice divisa in due sezioni, AB. In una sarabanda di Corelli, la sezione interrogante (A) comincia in tonica e finisce in dominante. La seconda sezione (B) che risponde alla prima, trae la prima nota della sua melodia dalla tonalità in cui A si è conclusa, quindi modula e ritorna sulla tonica, un procedimento che richiama il linguaggio parlato.

La forma musicale non è un impaccio per il compositore; essa lo provvede semplicemente di una cornice entro la quale può esprimersi artisticamente. Nella forma binaria, le due sezioni A e B vengono spesso ripetute per imprimere meglio le differenze esistenti tra loro. Quando A e B non sono simmetriche, è la sezione B, quella conclusiva, che è più lunga.

Esaminiamo ora la forma ternaria. Se consideriamo ora una struttura indicata dalla formula <<ABA>> capiremo che A indica una sezione, B ne indica un’altra e il ritorno di A significa la ripetizione più o meno testuale della prima sezione. Rispetto alla forma binaria, c’è in realtà una differenza più essenziale: ABA, differisce da AB nel fatto che B è un episodio completamente differenziato da A  e A  . Si possono trovare in tutta la letteratura musicale esempi di questa forma.

FORME MUSICALI BASATE SULLA DANZA

Per secoli la danza ebbe un significato essenzialmente rituale e religioso. Durante l’età greca e romana, la danza ebbe una lenta evoluzione dal rito ad arte vera e propria; in essa c’è qualche cosa di profondamente erotico che alla Chiesa non doveva piacere. Tuttavia, la danza continuò a livello popolare, finendo col rifiorire nelle varie corti europee del Cinquecento.

La suite è una composizione strumentale consistente in un seguito di danze stilizzate. Esaminiamo i quattro tipi di danza più importanti:
L’allemanda è una danza di origine tedesca, in movimento moderato e in misura a quattro tempi. La sua caratteristica ritmica è il ritmo in levare, da tempo debole a tempo forte;
La corrente, distinta in italiana e francese. L’italiana è una danza in misura di tre tempi (3/4) e, come suggerisce il nome, di carattere vivace. La corrente francese è in misura di tre tempi (3/4 o 6/4), con un tipo di scrittura più contrappuntistico.
La sarabanda è di origine spagnola, ma si suppone che in realtà provenga a sua volta dalla civiltà araba o persiana. Il suo andamento è lento, in 3/4 o 3/2.
La giga è alla fine della suite: è una danza rapida e vivace di origine inglese o irlandese.
I vari movimenti di una suite del periodo barocco erano, di norma, tutti in una medesima tonalità, sebbene qualche modulazione apparisse all’interno di ogni singolo movimento. Col tempo vennero introdotti molti cambiamenti. Tra le varie danze dei secoli XVI e XVII ve ne sono tre che hanno caratteristiche e importanza particolari: il minuetto, la ciaccona e la passacaglia.

Il minuetto, di origine francese, è in tempo di 3/4, dalla struttura binaria o ternaria. Lo schema formale generale del minuetto col trio è il seguente: A’, minuetto, in forma binaria o ternaria, con inizio e conclusione in tonica; B, trio, sezione centrale basata su materiale nuovo, in forma binaria o ternaria e in nuova tonalità; A , ripetizione di A’, con l’aggiunta occasionale di qualche coda.
Nella ciaccona e nella passacaglia, l’idea fondamentale è la variazione continua, di solito su un basso ostinato, cioè insistente, sempre uguale, in quanto una stessa frase musicale viene ripetuta insistentemente attraverso tutto un movimento o un episodio di esso.
La netta distinzione tra le due resta un problema insoluto. Si può affermare che la passacaglia è basata su un tema ostinato con caratteristiche melodiche definite, mentre la ciaccona è una variazione continua il cui tema è un semplice collegamento di accordi. Ma è una distinzione labile.
Variazione significa la presentazione ripetuta più volte di un tema, ma ogni volta modificato di qualche elemento, o nella melodia, o nel ritmo, o nell’armonia. Il tema adatto alla variazione è di solito una melodia che attira immediatamente l’attenzione, composta in forma binaria o ternaria, ma talvolta anche costituita di un solo periodo musicale. Il tema può essere composto dal compositore oppure, caso più frequente, preso in prestito da un altro.

RONDO’ MUSICALE

Il rondò musicale, come il rondeau poetico, si basa sulla ripetizione. In un rondò il tema principale riappare non meno di tre volte, e spesso di più. Lo schema del rondò è: A’ tema in tonica; B primo episodio, in altra tonalità; A  tema in tonica; C secondo episodio, in altra tonalità; A  tema in tonica, che di solito conduce a una coda. Queste sezioni, se necessario, sono legate assieme da piccoli passaggi di collegamento, quasi anelli o ponti musicali. La forma del rondò, data la sua forte somiglianza con il principio ternario (ABA), viene talvolta descritta come forma ternaria ampliata.
LA SONATA

Fino al XVI secolo la musica strumentale non era al primo posto per importanza. Lo stile di una musica era in generale fondato sull’aspetto vocale, gli strumenti avevano di solito una funzione subordinata alle voci. Il sorgere a coscienza della musica strumentale si fa risalire al secolo XVI.

In origine il termine sonata indicava una composizione non cantata, ma suonata con strumenti. Al contrario della suite, nata dalla musica da ballo, la sonata nasce da un tipo di musica vocale di origine franco-fiamminga, detta canzone. In seguito, la sonata raggiunse la sua struttura caratteristica circa a metà del secolo XVIII.

Come termine generale, sonata significa una composizione strumentale di vari movimenti per uno o due strumenti, in cui uno o più movimenti stessi che la compongono sono in forma sonata. La sonata, generalmente, consta di tre o quattro movimenti. Lo schema è: 1° movimento in forma sonata; 2° mov. in forma ternaria; 3° mov. minuetto e trio; 4° mov. in forma di rondò.

Le indicazioni dinamiche di movimento più comuni sono veloce, lento, moderatamente veloce, veloce. Talvolta la composizione è preceduta da una introduzione, una sezione che introduce il movimento che segue: brevissima, come le due battute introduttive della Sinfonia Eroica di Beethoven, oppure più lunga.

FORMA SONATA

La forma sonata è una struttura che si applica a un singolo movimento. Essa presenta una triplice divisione fondamentale: esposizione, sviluppo e ripresa. Come nella prima parte di un’azione teatrale ci vengono presentati i personaggi principali, così nell’esposizione facciamo conoscenza con i suoi elementi tematici di base, con i soggetti della sonata. Tali soggetti si dividono in due categorie che possono essere definite maschile e femminile.

Il primo tema è di solito una concisa melodia di particolarmente interesse ritmico in tonica. Il secondo tema è di solito di carattere lirico, più femminile. In linea generale si può affermare che nel secondo tema è l’interesse melodico che predomina. Ma il contrasto principale tra primo e secondo tema è dato dal fatto che il secondo è in diversa tonalità (dominante o relativi maggiore o minore).

La transizione tra i due temi avviene tramite un passaggio di varia lunghezza detto ponte modulante. L’esposizione si chiude con una codetta. A questo punto, salvo che ci sia, avviene lo sviluppo. Nello sviluppo l’elaborazione del materiale musicale presentato nella prima parte viene condotto al suo apice. Qui si dispiega il conflitto drammatico suggerito dall’esposizione.

La ripresa è la sezione conclusiva della sonata in cui l’esposizione viene ripetuta, con alcune varianti tecniche e con un diverso significato emotivo. Il tutto porta a una coda. Il conflitto è superato, i personaggi hanno riacquistato il loro equilibrio, ma come risultato degli avvenimenti vissuti, essi hanno subito un sensibile cambiamento. La forma sonata, vista nel suo complesso, può essere descritta in linea generale come struttura ternaria.

Il rondò-sonata è la combinazione di due forme musicali, rondò e forma sonata. La sinfonia è semplicemente l’adattamento della sonata ad una intera orchestra. Il concerto è una composizione per uno o più strumenti e orchestra; le due parti sono complementari. Quando un piccolo gruppo si oppone all’orchestra, parliamo di concerto grosso. Il concerto per strumento solo o solistico prevede l’esibizione di uno strumento solo con accompagnamento dell’orchestra.

OUVERTURE

L’ouverture è una composizione strumentale che introduce un’opera. Distinguiamo ouverture francese e italiana. La prima era composta in origine da due sezioni: una lenta, scritta in stile solenne o pomposo; e una veloce, in uno stile contrappuntistico leggero e libero. L’ouverture italiana constava di tre sezioni: veloce, lento, veloce. L’ouverture da concerto è una composizio-ne orchestrale autosufficiente, senza rapporto con un lavoro operistico cui faccia da introduzione.

FORME VOCALI

Al contrario del canto popolare, che cristallizza o svanisce secondo l’istintivo senso estetico di un popolo, il canto d’arte è una creazione cosciente e personale di un compositore. A questa categoria appartengono l’aria e il Lied, due termini che significano semplicemente canto.

L’aria è una composizione per voce solista. La scelta della sua forma è libera: binaria, ternaria, rondò, ecc. L’aria col da capo ha una struttura fissa in tre parti che si conclude con la ripetizione della prima sezione dopo la seconda che contrasta con essa; è un esempio di forma ternaria.

Il termine Lied, associato al romanticismo tedesco, è una canzone basata su un testo poetico con accompagnamento di pianoforte. Ma la sua parte pianistica non è semplicemente un sostegno ornamentale della canzone, ma forma con essa un tutto unico. Il raggiungimento artistico di Schubert è nell’espressione del significato più profondo del testo poetico mediante un’insuperata unità di voce e strumento.

A queste due forme si affianca spesso il recitativo, uno stile a metà tra il canto ed il discorso comune. Nel recitativo, melodia, ritmo e frase musicale sono subordinati alle inflessioni del discorso. I musicisti distinguono due tipi di recitativo, secco e accompagnato. Nel primo, l’accompagnamento del cantante è un seguito di accordi suonati da uno strumento a tastiera; nel secondo è sostenuto dall’orchestra intera o da un gruppo strumentale più esiguo.

L’espressione musica a programma indica una descrizione musicale ispirata a un soggetto non-musicale, ad esempio un quadro, un evento storico o poetico. Qui lo scopo del compositore è quello di illustrare in termini musicali tale idea non musicale. Il poema sinfonico appartiene alla categoria della musica a programma. Tale termine indica una composizione orchestrale a programma che di solito consta di un movimento in forma sonata liberamente trattata.

LA VOCE IN MUSICA

La fonte sonora più antica e spontanea che possa coscientemente dar origine alla musica è la voce umana. Il suono è prodotto dalla vibrazioni delle due piccole corde vocali tese attraverso la laringe della nostra gola. Queste corde sono poste in vibrazione dell’aria emessa dai polmoni.

L’altezza del suono prodotto dipende dalla tensione delle corde vocali. Il suono è rinforzato dalle cavità della bocca, naso e testa, che fungono da casse di risonanza. Il timbro della voce dipende dalla qualità e flessibilità delle corde. Le quattro categorie basilari della voce umana, usate per indicare tanto l’estensione quanto il colore del suono, sono: basso, tenore, contralto e soprano.

LO STRUMENTO

Così come non è possibile imparare a leggere senza imparare anche a scrivere, anche in musica è impossibile imparare la grammatica della musica senza usare uno strumento, con il quale trasformare in suoni la notazione musicale. Lo strumento più indicato, come noto, è il pianoforte, o comunque uno strumento a tastiera, perché riprende sulla tastiera nel modo più completo e diretto la struttura della notazione musicale, e perché per produrre un suono è sufficiente saper pigiare un tasto. Questo non significa che suonare il pianoforte sia facile, anzi. E’ però facile in un pianoforte o su una tastiera individuare gli elementi della notazione musicale e produrre un suono, senza doversi impadronire della tecnica per produrre il suono.

STRUMENTI A CORDA

La categoria degli strumenti a corda comprende tutti gli strumenti in cui il suono viene prodotto dalla vibrazione di corde tese. Gli strumenti a corda si dividono in tre gruppi: ad arco, quando cioè la corda è posta in vibrazione della pressione di un archetto (violino, viola, violoncello e contrabbasso); a pizzico, quando la vibrazione avviene pizzicando una corda (arpa, clavicembalo); a martello, quando la corda è percossa da un piccolo martello (pianoforte).

Il grande progresso tecnico del pianoforte è la possibilità di aumentare o diminuire l’intensità del suono con il tocco. Fra i meccanismi abbiamo gli smorzatori, pezzettini di legno ricoperti di feltro che, appena i tasti vengono abbandonati dalla mano, fermano la vibrazione delle corde.

Un pianoforte ha poi di solito due pedali: quello di risonanza e il pedale a una corda. Il primo solleva tutti gli smorzatori dalle corde (le corde sono libere di vibrare); con il secondo le corde vengono solo parzialmente colpite, con un suono più delicato. La notazione della musica per pianoforte, come quella per clavicembalo e per arpa, è segnata su due righi.

Il nostro sistema musicale è basato su un trucco acustico. Gli intervalli esattamente calcolati producono un fenomeno acustico sgradevole: certe note non si corrispondono enarmonicamente (ad esempio Si# e Do, il primo è più alto). Per superare questa discrepanza, i fabbricanti di strumenti ebbero l’idea di alterare leggermente l’altezza degli intervalli, dividendo poi l’ottava in dodici semitoni uguali; in tal modo certe note divennero enarmonicamente equivalenti.

Ciò semplificò la costruzione degli strumenti a tastiera; invece di avere due tasti, Si# e Do, uno divenne sufficiente. Ecco perchè l’accordatore è stato chiamato l’uomo pagato per mettere i pianoforti fuori tono. Per un vantaggio musicale si è venuti ad un compromesso fra scienza ed arte.

STRUMENTI A FIATO

Negli strumenti a fiato, il suono viene prodotto dalla vibrazione di aria in un tubo. L’aria è posta in vibrazione o direttamente dal suonatore o indirettamente da un mantice (nell’organo). L’altezza del suono prodotto dipende dalla lunghezza del tubo: più è corto il tubo, più alto è il suono.
Gli strumenti a fiato sono divisi in due gruppi, legni e ottoni. La distinzione non è da attribuire tanto al materiali in cui sono fatti, ma al modo in cui producono un suono e al timbro. Tra i legni abbiamo il flauto, il clarinetto, l’oboe, ecc; tra gli ottoni il corno, la tromba, il trombone, la tuba.

Numerosi strumenti si servono di un originatore sonoro, fatto di una piccola linguetta di legno detta ancia; una sua estremità è fissata all’imboccatura dello strumento, mentre l’altra estremità vibra liberamente non appena entra l’aria nel tubo. Alcuni strumenti hanno due ance vibranti una contro l’altra: per cui si fa distinzione tra strumenti ad ancia semplice (clarinetto) e strumenti ad ancia doppia (oboe, corno inglese, fagotto).
Alcuni strumenti a fiato, detti traspositori, non solo producono suoni ad altezza diversa da quelli scritti, ma alterano anche la tonalità e, di conseguenza, la notazione della parte sul rigo. Suonando alcuni strumenti a fiato, ci si è accorti che alcuni formati danno migliori risultati sotto il punto di vista del suono e del timbro, facilitando nello stesso tempo il compito del suonatore. Ad esempio, le tonalità più comode per il clarinetto sono Sib e La.

Ad esempio, una scala di Sib maggiore affidata ad uno strumento in Sib è scritta in Do maggiore, ma suona in Sib, cioè un tono intero sotto la notazione. Ciò è utile in una composizione in cui l’armatura della chiave preveda molti diesis o bemolli. Chi suona uno strumento traspositore ha così meno accidenti nella sua parte. Come sul pianoforte la tonalità più semplice è il Do maggiore, che non ha accidenti, allo stesso modo su uno strumento traspositore la tonalità più semplice è quella in cui è stato intonato lo strumento costruendolo.
La percussione e lo scuotimento di vari materiali per originare suoni ritmati è probabilmente il sistema più antico e spontaneo di fare musica strumentale. Gli strumenti a percussione si possono dividere in due categorie: quelli che danno un suono di altezza definita (a suono determinato: timpani) e quelli che danno un suono di altezza indefinita (a suono indeterminato: gran cassa, tamburo militare, piatti, triangolo).

 
 

 

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